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Lo sbaglio. Recensione e intervista all'autrice

Lo sbaglio. Recensione e intervista all'autrice

Lo sbaglio

La protagonista del romanzo di Flavia Piccinni (Lo sbaglio, Rizzoli, 312 pp., € 18,50) si chiama Caterina. Gioca a scacchi e studia farmacia. Sogna le olimpiadi e si preoccupa di far contenti il padre, il fratello, la nonna e il fidanzato Riccardo. Si preoccupa di far contenta soprattutto la madre, che la vorrebbe vedere dietro il banco della farmacia di famiglia, sposata e sistemata. Ma la protagonista del libro è anche la borghesia italiana, con la sua argenteria e la sua porcellana, il suo caviale e la sue sculture d’anguria. Quella borghesia che accumula cimeli e investimenti, e che mentre il mondo va in frantumi si preoccupa di salvare le apparenze. 


Sullo sfondo del romanzo c’è una Lucca sommersa dal ghiaccio e dalla neve, ma potrebbe esserci qualsiasi altra provincia italiana. La provincia dove è impossibile nascondersi, dove tutti sanno tutto di tutti.

Caterina però si troverà di fronte a una scelta che la porterà a rischiare, per provare a cambiare un destino che fino a poco tempo prima le era parso ineludibile.


Sabato 29 ottobre Flavia Piccinni sarà ospite del Festival della narrazione Montesilvano Scrive dove presenterà il suo libro all’interno della rassegna Un paese per giovani realizzata in collaborazione con la Micro Biblioteca Sociale Andrea Pazienza.

In attesa di poterla ascoltare dal vivo le abbiamo fatto qualche domanda.

Negli ultimi anni gli autori giovani hanno avuto un ottimo spazio, tant’è che si è parlato anche di “moda degli esordienti”. In questo l’editoria va decisamente controcorrente rispetto ad altri settori del mondo del lavoro in cui invece i giovani faticano a trovare spazio. Come valuti, anche alla luce della tua esperienza personale, questa particolarità dell’editoria? È una moda destinata a passare, oppure può spingere anche altri settori a investire sui giovani?

Leo Longanesi era solito ripetere che, in Italia, c’è solo una grande moda: la giovinezza. L’editoria italiana ha semplicemente dato una risposta a questa eterna paura di invecchiare che da sempre condiziona il nostro gerontocratico paese, creando un vortice d’attenzione che a lungo andare probabilmente si rivelerà dannoso. Ma credo che questa attenzione sia passeggera e che, proprio come tutte le mode, toccherà altri campi. Speriamo solo che arrivi presto alla politica.

Com’è essere giovani donne oggi in Italia?

Credo che sia esattamente come lo era cinquant’anni fa. Complicato, faticoso, in alcuni casi talmente surreale da rasentare il ridicolo. Senza scadere in discorsi prettamente sessisti, che possono apparire anacronistici, è ovvio che la discriminazione è in atto ed è continua. A volte è sottile, a volte un po’ meno. La donna vive continuamente un violento attacco, e per quanto alcune di noi si illudano che questo nemmeno le sfiori è difficile sottrarsi. In questa assenza di modelli femminili credibili, le donne sembrano essere ridotte a solo due categorie: quelle accudenti, sottomesse, dal forte istinto materno e quelle del bunga bunga.E il resto?

Nel nostro paese si può vivere d’arte? Quanto è precaria la vita di una giovane scrittrice?

Perdona questa risposta piuttosto retorica, ma credo che d’arte si viva difficilmente. E in Italia, se è questo che mi chiedi, credo che sia ancora più difficile che in altri paesi d’Europa dove perfino scrittori che non vendono centinaia di migliaia di copie riescono, tramite festival e convegni, a sopravvivere. La vita di un giovane scrittore è precaria quanto lo è quella di qualsiasi ragazzo che cerca di realizzare le sue ambizioni. Ma a questa precarietà economica se ne aggiunge anche un’altra, forse più pericolosa, dettata dal pregiudizio. Eravamo un popolo di “santi, navigatori e poeti”. Adesso siamo solo un popolo che rifiuta i lavori creativi, soprattutto se a volerli intraprendere sono giovani e giovanissime.

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