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Le sette vite dell'amore. Recensione e intervista all'autrice

Le sette vite dell'amore. Recensione e intervista all'autrice


Le sette vite dell'amoreLe sette vite dell’amore (Mondadori, 312 pp., € 18,50) di Carla D’Alessio è un libro che si può vedere. Si vedono i personaggi. Si vedono le storie. Si vedono Napoli e Caserta. Si vede l’Italia. La si vede attraverso la cattiveria di alcuni e l’ipocrisia di altri. Attraverso gli occhi di Ada, maestra in pensione con la passione per l’arte, e di suo marito Giulio, pignolo costruttore di presepi con tanto di Marekiaro Hamšík. La si vede attraverso l’indecisione di Nina e la forza disperata di Zoja. Attraverso la tv di pessima qualità di Nando Macrì e le isterie di sua moglie Gilda. La si vede attraverso la durezza di Mara e l’ingenuità di Bea.

Ma l’Italia la si vede soprattutto attraverso i tanti episodi di vita quotidiana che ricorrono, e s’intrecciano. Dal romanzo della D’Alessio viene fuori anche il ritratto di profonde differenze generazionali: la monotona tranquillità di Giulio e la frenesia dei trentenni, tutti ancora impegnati a decidere cosa fare della propria esistenza. In mezzo c’è un gatto che unisce le storie dei protagonisti. I gatti hanno sette vite, l’amore pure.


Domenica 30 ottobre Carla D’Alessio sarà ospite del Festival della Narrazione Montesilvano Scrive, dove presenterà il suo libro all’interno della rassegna Un paese per giovani, realizzata in collaborazione con la Micro Biblioteca Sociale Andrea Pazienza


In attesa di poterla ascoltare dal vivo le abbiamo fatto qualche domanda.

Negli ultimi anni gli autori giovani hanno avuto un ottimo spazio, tant’è che si è parlato anche di “moda degli esordienti”. In questo l’editoria va decisamente controcorrente rispetto ad altri settori del mondo del lavoro in cui invece i giovani faticano a trovare spazio. Come valuti, anche alla luce della tua esperienza personale, questa particolarità dell’editoria? È una moda destinata a passare, oppure può spingere anche altri settori a investire sui giovani?

Le mode, prima o poi, stancano e, prima o poi, ritornano. Per quanto mi riguarda, ho esordito a 25 anni con un racconto in un’antologia edita da Einaudi. Ma io quella pubblicazione l’ho sempre considerata per quello che era e cioè un inizio, non un traguardo. Al primo romanzo, ci sono arrivata a 30. Al secondo, a 33. Di qualsiasi settore si tratti, per convincere il prossimo a investire su di te, devi anzitutto investirci e crederci tu per primo.

Com’è essere giovani donne oggi in Italia?

Meglio che esserlo in quei paesi dove la libertà della donna ancora non esiste. Ma ancora triste se guardi le statistiche delle aziende e scopri che quelle che arrivano a eguagliare davvero gli uomini, sono single. Un personaggio del mio libro, Mara, a un certo punto, lo dice forte e chiaro: Siamo titolate, sottostimate e sottopagate.

Nel nostro paese si può vivere d’arte? Quanto è precaria la vita di una giovane scrittrice?

Assolutamente no, non puoi vivere d’arte. Puoi arrivare a camparci nel tempo. Ed è giusto che sia così: svegliarsi e sedersi alla scrivania, mentre tutti gli altri vanno davvero a lavorare, è un senso di colpa con cui fare i conti. Scrivere, nella pratica, è un investimento privato molto economico per le tasche, ti basta della carta, risulta un poco più dispendioso a livello emotivo. Qualsiasi esistenza poi è precaria, proprio nel senso etimologico del termine.

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